- E del Papa che ne pensi?
- A me il Papa piace.
- Davvero?
- Sì, davvero. Quando lo vedo girare con la Papa-mobile ricoperta tutta da vetri antiproiettile, ammirandolo penso: "Cazzo, quella sì che è fede!"
Li osservo e penso. Li immagino vivi, mi creo un dialogo.
Il primo direbbe al secondo: "Bella serata, eh?"
E quello risponderebbe: "Argh! Un mandarino che parla!"
Sono a torso nudo dopo una doccia rilassante, e penso a un sacco di cose, delle più disparate, ma dato che non credo nelle rovesciate di nessuno, non può funzionare, e mi fermo.
La primavera scorsa ho lavorato per un periodo in una libreria. Mi hanno licenziato perché ho spostato le Bibbie nella sezione Fantascienza.
Quel giorno ero proprio distrutto, e non facevo altro che girovagare per la città senza meta. C'era il sole. Pensavo tra me e me: Padova è piena di matti che parlano da soli per la strada; non sarebbe meglio appaiarli? Così sembra che stiano avendo una discussione.
Mentre pensavo a questa soluzione plausibile senza badare dove camminassi, sento qualcosa che mi travolge da dietro. Dopo essermi rialzato grazie ad energiche bestemmie, vedo la ragione di quest'incidente fuori programma: bionda, riccioluta, snella, occhio vispo, testa tra le nuvole, vestita casual, messa bene di tette. Cazzo, è una gran bella ragione, non c'è davvero male. A lei lo si perdona.
E subito iniziai a parlarle: "Certo, ho sempre pensato che le belle ragazze non te le tirano mica dietro, ma tu mi fai dubitare".
Rise chiedendomi scusa: "Sai, sono inciampata, stavo pensando che sarebbe carino se i matti che parlano da soli in giro andassero a due a due, così sembra che si stiano parlando".
Sapete, quando ti si gela il sangue in un istante? Il mio era 80 gradi sotto zero in quel momento: l'effetto serra mi faceva una pippa e gli orsi polari erano liberi di scorrazzare attraverso le mie vene.
Le ho risposto come mi è venuta: "Non chiedermi perché, ma ti amo. Voglio dire, stavo pensando esattamente la stessa cosa sui matti. Quante possibilità ci sono che due persone pensino la stessa esatta cosa così complicata nello stesso istante, e che queste due persone poi vadano a schiantarsi l'una sull'altra? E' sopranaturale."
Si mise a ridere di nuovo: "Ma no, sopranaturale sarebbe riuscirci. Dai, tu vai di là, io vado di qua. Ne troviamo uno ciascuno e poi ci si becca di nuovo esattamente qui".
Stava rispecchiando in due frasi la mia ragazza ideale. Ma non mi feci ipnotizzare oltre e aggiunsi: "Va bene, se ritorno prima io faccio una riga con la matita". Si lanciò non lasciandomi il tempo di finire: "E se ritorno prima io, la cancello".
Impossibile, gemelli separati alla nascita? Mentre andavo in giro a cercare un matto, pensavo che devo chiederle se ha una cicatrice ad un fianco. Magari eravamo siamesi. Ma poi anche se l'avesse, non ce l'ho io, noterebbe questo piccolo particolare. Beh, posso sempre farmela. La testa era un misto tra succo di frutta fresco e un paio di canne. Leggera e colorata, come se il mondo apparisse tutto ad un tratto un posto meno di merda.
Eccolo. No, cazzo, è uno che ha l'auricolare Bluetooth. Potrei spacciarlo per matto però, ma non sarebbe la stessa cosa: questo sarà certamente qualcuno che lavora nel marketing, dovrebbe ammazzarsi, il piccolo servitore del Demonio.
Il viaggio continua. Scolaretta di ragazzini, vecchiette che fanno la spesa, scolaretta di vecchiette, ragazzini che fanno la spesa... tutto gira intorno. Non avrei dovuto farmi quella canna subito dopo esser stato licenziato tenendo in mano un libro di omeopatia. Per dimostrare cosa poi?
Mentre ci penso, lo scorgo da lontano. Passo veloce, tuta azzurra e verde, scarpe rotte, berretto da neve sebbene ci fossero venti gradi. O è un matto o è uno che non segue la moda. Mi accorgo che le due cose possono anche coincidere, e lo seguo.
Lo fermo e gli chiedo di seguirmi, che gli avrei persentato una persona. Mi segue dicendo: "Io ho fatto la prima guerra mondiale, mentre mio padre è andato in Vietnam, tutto questo per chi? Il duce? Che il Duce diceva che dobbiamo lavorare, lavorare sodo lavorare duro, perché solo così questa città potrà diventare la più forte d'Europa. Ho sentito il Duce ieri alla radio, credere obbedire combattere. Vincere e vinceremo".
Torno al posto con un po' di difficoltà perché il mio matto ogni donna che vedeva, si avvicinava e a bruciapelo le gridava in faccia: "Troia!" Non che avesse tutti i torti, comunque.
Lei arrivò pochi minuti dopo con una tizia in gonna, sembrava la vecchia che lava i gatti, nei Simpson.
Tutta contenta disse: "Non è uguale uguale alla vecchia che lava i gatti nel fiume, sui Simpson?"
Risi di gusto: "Allora. Dovete andare in giro adesso fianco a fianco, così anche se parlate da soli sembra che siate normali e non matti. Come vi sembra la cosa?"
La vecchia che lava i gatti rispose: "Guardi giovanotto che io sono normalissima. Solamente che ogni tanto mi dimentico le cose... ma meno male che qui con me ho mia nipote che mi accompagna in giro se no mi perderei per le strade di Milano".
Lei rispose: "Signora, qui siamo a Padova, e io non sono sua nipote, gliel'ho detto".
La signora, come se avesse perso qualcosa proprio in quel momento, disse: "Beh, ma sei simpatica e tanto bella. Io la vorrei una nipote così".
"Un giorno, chi lo sa, tutto può succedere signora..." - disse lei. Mi prese per mano trascinandomi via, mentre il mio matto stava borbottando qualcosa alla sua mancata nonna, e li lasciammo discutere insieme.
"Ma chi sono i veri matti?" - le chiesi.
"Ma chi sono i veri cannibali?" - mi rispose sorridendo.
Mi fermai tutto d'un colpo: "Sei la prima ragazza che conosco ad aver visto Cannibal Holocaust".
"Sei il primo ragazzo che conosco a cogliermi una citazione cinematografica così alta" - disse.
"Allora non si può certo dire che frequentiamo compagnie d'intellettuali" - risposi.
"Beh, non so te, ma io mi berrei qualcosa", - suggerì - "hai tempo?"
"Ho la giornata libera: sai, lavoravo in una libreria... oggi mi hanno licenziato perché ho spostato le Bibbie nella sezione Fantascienza".
Rise come il sole nascente. E io all'improvviso mi accorsi che tutta la mia vita, inclusa tutta la merda che ho spalato in ventitrè anni, era valsa la pena solo per averla incontrata.
Dall'egocentrismo, all'etnocentrismo, al razzismo.
A cura di Mateo Çili
Lessi il racconto breve “Sentinella” di F. Brown per la prima volta in terza media. Lo ricordo con piacere poiché dopo averlo finito rimasi a pensare alla bravura dello scrittore che era riuscito a farmi cadere in trappola, ribaltando l'intero senso della storia con l'ultima frase. Ero ancora piccolo per capire cosa veramente era successo, quali erano stati i meccanismi a far funzionare a dovere quel breve racconto. Ora invece vorrei indagare più a fondo.
Dopo i primissimi anni che seguono la nostra nascita, impariamo a pronunciare le prime parole, le quali sono spesso “mamma” oppure “papà”; ma c'è un'altra parola che da lì in avanti ci accompagnerà fedele nella crescita individuale. Si tratta del termine “io”.
Dai tre ai sei anni, un bambino utilizza insistentemente questo pronome personale per interagire con il mondo che lo circonda, poiché questo fa parte del linguaggio egocentrico, tipico di quest'età infantile.
Questo secondo Jean Piaget, noto psicologo svizzero. Egli sosteneva altresì che tutti i bambini piccoli fossero egocentrici, per via dell'incapacità di distinguere tra il proprio punto di vista e quello altrui. In psicologia, l'egocentrismo è, in soldoni, la caratteristica di quegli individui che ritengono le proprie opinioni o i propri interessi più importanti di quelli altrui.
Secondo la teoria di Piaget infatti, il bambino inizia a superare la fase egocentrica con l'inizio dello svolgimento delle operazioni concrete, dai 7 agli 11 anni. Da questo momento in poi, esso teoricamente sarà in grado di porsi dal punto di vista altrui.
C'è tuttavia il rischio di un egocentrismo "psicologico" latente, derivante da una mancata presa di coscienza che potrebbe condurre gli individui a chiudersi in un proprio sistema mentale con scarsa propensione ad accettare categorie estranee, a meno che queste non vengano ricondotte alle proprie.
L'egocentrismo dunque trova interpretazione nella sfera psicologica in rapporto all'Io individuale.
Il passo in più si ha quando ci si accorge di un paragone semplice e diretto con l'etnocentrismo, il quale si esprime sul piano culturale in rapporto ad un Io collettivo.
Dato che sia nell'egocentrismo che nell'etnocentrismo la tendenza dell'Io (collettivo o individuale che sia) è quella di non decentrarsi, si ha una confusione incosciente del proprio punto di vista con quello degli altri.
L'etnocentrismo, considerandolo come Io collettivo, nella sua accezione più moderna e comune, è la tendenza a giudicare le altre culture ed interpretarle in base ai criteri della propria, proiettando su di esse il nostro concetto di evoluzione, di progresso, di sviluppo e di benessere, basandosi su una visione critica unilaterale.
Il termine è stato introdotto nel primo decennio del ventesimo secolo dal sociologo e antropologo statunitense William G. Sumner e designa una concezione, come già scritto sopra, per la quale il proprio gruppo è considerato il centro di ogni riferimento, mentre gli altri raggruppamenti sono classificati e valutati solo in rapporto ad esso.
Tale approccio si fonda principalmente sul confronto tra società moderne e società tradizionali; il confronto porrà sempre queste ultime in inferiorità rispetto alle prime, ma l'errore di fondo sta nell'utilizzo di parametri tipici del sistema socio-economico capitalista occidentale, nel quale ci troviamo.
Con la scoperta dell'America prima e dell'Africa poi, si moltiplicarono gli atteggiamenti di etnocentrismo da parte degli esploratori (meglio dire conquistatori) portoghesi e spagnoli ai danni delle popolazioni locali. Molti intellettuali dell'epoca si occuparono della faccenda, assumendo posizioni contrastanti tra loro.
Bartolomeo de Las Casas ad esempio, un frate che visse a lungo nel Nuovo continente, prese pubblicamente le difese delle popolazioni amerinde delle quali rivendicava la qualità umana e lodava il carattere "senza malvagità e senza doppiezze". Lui asseriva che non vi sono popolazioni nel mondo, per quanto rozze e selvagge, che non possano essere condotte alla (sua idea di) civiltà.
Di tutt'altra opinione era l'umanista Juan Ginés de Sepúlveda il quale era assolutamente convinto che gli schiavi fossero tali "per natura", poiché privi di umanità alcuna.
Il filosofo Michel de Montaigne invece avendo avuto come aiutante un uomo che aveva vissuto per più di 10 anni nel Nuovo continente, poteva affermare che in quelle popolazioni non vi era nulla di selvaggio e di barbaro. Con questo arrivò a dire:
“Ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi. Sembra che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l'esempio e le idee delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo. Esso è sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l'uso perfetto e compiuto di ogni cosa”.
Nell'etnocentrismo dunque è implicita una sopravvalutazione della società cui si appartiene; ma proprio a seguito di questa eccessiva fiducia nei modelli evolutivi di riferimento, sminuendo la validità di quelli altrui, sono state compiute nella storia azioni di intolleranza eticamente inaccettabili.
L'etnocentrismo può nelle peggiori delle conseguenze assumere comportamenti patologici. Ciò si verifica quando vi è un eccessivo rifiuto verso gli altri fino a sfociare in una vera e propria intolleranza o in forme mentali complesse dirette o indirette in genere dannose per chi non faccia parte del “Noi”. Quando l'etnocentrismo si traduce nella sua forma mentale, sociale e culturale più esasperata, diviene razzismo, tendenzialmente orientato non solo al rifiuto ma alla distruzione dell'altro.
Va inoltre ricordato che l'etnocentrismo è un fenomeno intrinseco di ogni comunità umana e di qualunque cultura e per tanto quando è socialmente controllato dallo Stato, non può che contribuire alla coesione sociale del gruppo e ne assicura il mantenimento della sua identità sociale, preziosa in quest'epoca di globalizzazione massiccia e selvaggia.
Quando invece uno Stato totalitario sfrutta la leva dell'etnocentrismo per fare propaganda e plasmare le menti, non possono che verificarsi fenomeni di stampo razzista: nella storia è accaduto con il nazismo in Germania tra il 1933 e il 1945, periodo in cui l'attitudine etnocentrica è riuscita a tradursi patologicamente dando luogo ad un tragico episodio di pulizia etnica.
Più recentemente il falso attentato alle Torri gemelle di New York, attribuito all'integralismo islamico ha portato ad una divisione ancor più marcata tra l'occidente e il mondo arabo, ingannando l'opinione pubblica per distoglierla dai problemi reali.
Il problema del razzismo oggi sfocia in episodi spesso drammatici di conflitto sociale quando invece il confronto e la dialettica tra i popoli devono porsi come momenti per una comune crescita nella solidarietà e nella democrazia.
Forze del governo italiano premono per una divisione interna del popolo, creando allarme sociale ingiustificato, fomentato spesso dai media, portando ad una chiusura verso l'esterno con conseguenze catastrofiche nel lungo periodo.
Solamente la cultura può risollevare le sorti di un paese dove la divisione tra “noi” e “loro” è sempre più marcata. Quegli stessi media che oggi funzionano come strumento di propaganda fascista, un giorno non troppo lontano torneranno a diventare proprietà popolare, seminando cultura con pellicole preziose come ad esempio “Lamerica”, di Gianni Amelio: film che più di ogni altro spiega la concezione del “diverso”, ribaltando i ruoli in causa. Uno stratagemma quantomai necessario per “mettersi nei panni di”, ed iniziare a vedere il mondo con altri occhi, e non solamente con il proprio metro di giudizio, come sarebbe insito in ciascuna cultura. Quando gli stranieri diventiamo noi, riusciamo a comprendere molto meglio i meccanismi comportamentali della società in cui ci troviamo, guardandoli dall'esterno: viene a crearsi empatia con il diverso, e l'egocentrismo conseguentemente si allenta, trascinando con sé tutti gli altri fenomeni qui descritti, ponendo le basi per una società aperta, consapevole e acculturata.
“Le ostriche sono un cibo ideale per i giocatori perché, come il gioco, hanno a che fare con il vuoto.”
N. Delbecchi
Cosa hanno in comune un antipasto dello Sporting di Montecarlo e un
tavolo da Roulette del suo Place du Casino? Intanto, tutti e due prevedono la presenza di due chef e di due tavoli. Sebbene in un modo diverso, tutti e due si impegnano perché tutto scorra senza errori.
Antony Bourdain nel suo libro autobiografico Kitchen Confidential descrive la gerarchia del reparto cucina: Executive chef, Chef de cuicine, Souchef, Chef Saucier, Chef Rotisseur… Nanni Delbecchi nel suo romanzo-bibbia I Giocatori rivela quella dei croupier: Zylindercroupier (quello che dice “Rien ne va plus!”), Kopfcroupier, Salatcroupier, senza dimenticare lo Chef de partie, ossia il capotavolo. Una similitudine innegabile, con uno “chef” per parte.
Un’altra cosa che non manca mai su questi due tavoli è la superstizione. Come passare il sale, essere tredici a tavola, o incrociare le posate… O toccare un giocatore sulle spalle, portare un bottone in tasca, contare quante fiches si hanno davanti…
Montecarlo è una città che ospita molti chef e croupier famosi.
Il suo casinò è uno dei più eleganti e famosi d’Europa e in cucina non mancano certo i nomi conosciuti in tutto il mondo, come quello di Alain Ducasse, del Le Louise XV, all'interno dell'Hotel de Paris. Sedersi in tempi ravvicinati a un tavolo di un prelibato ristorante e a quello di un casinò non è però molto indicato: il giocatore ha bisogno di leggerezza, il buongustaio di essere appagato. Forse gli chef a Montecarlo lo sanno e a volte offrono delle scelte sul menu light oriented.
Ad esempio, fino a qualche anno fa, sulla terrazza del ristorante dello Sporting, sul menu appariva un piatto interamente dedicato al pomodoro: sorbetto di pomodoro, pomodoro marinato, uno aromatizzato alle erbe e uno arrostito al pepe.
Perfetto, magari accompagnato da un bicchiere di insuperabili bollicine (o forse con tutto quel pomodoro meglio evitare). Dopo un antipasto così, ci si può alzare carichi di energia, ma sazi, per una serata al casinò, ovviamente puntando tutto sul rosso.
In realtà, il vero file rouge tra cibo e gioco d’azzardo è forse rappresentato dall’emozione. La tentazione che attrae chi si siede al tavolo di un
casinò online o reale che sia - qualunque dei due si tratti – è quella di alzarsi, nel bene e nel male, con una emozione vissuta in più.
In questi ultimi tempi numerosi episodi di trasgressione delle fondamentali norme della convivenza civile si sono verificati dovunque con allarmante frequenza…tanto da far apparire ormai la trasgressione ordine e l’ordine stravagante trasgressione. Tutto questo secondo il Ministero è certamente fomentato e provocato da una piccola minoranza che cova da qualche parte, perciò questo Ministero decide di colpire alla radice, chiudere il luoghi in cui si diffondono idee contrarie all’interesse pubblico, in cui si praticano forme di esistenza illecita e lesiva della pubblica morale e produttività.
Data però la ben nota difficoltà di definire con esattezza le caratteristiche di un covo e la straordinaria capacità dei criminali di travestirsi da persone umane, questo ministero propone le seguenti caratteristiche.
E' da ritenersi un covo un luogo in cui:
1. Siano rintracciabili letti sfatti oltre le 10 del mattino
2. Si trovino libri del dadaismo tedesco
3. Siano gettate per terra lattine di birra (vuote)
4. Si trovino cartine, bilance, cucchiai e tabacco del tipo “assenteismo probabile il giorno dopo”
5. Non sia pagata la bolletta del gas del mese di giugno
6. Sia sorpreso qualcuno a dormire o ad ascoltare i Rolling Stones in orario lavorativo.
Per il momento ci limitiamo a questo ma speriamo che tutti i cittadini vogliano collaborare a scoprire i luoghi in cui si cova. Intanto ricordiamo che il reato di cospirazione contro lo stato si compie in ogni luogo in cui si rompa l’ordine del lavoro, della famiglia, della televisione, della parola: cospirare vuol dire respirare insieme.
Io faccio Scienze della Comunicazione. Ho sempre detto che noi siamo comunicatori, ma non riusciamo a farlo capire alla gente.
Riuscire a comprendere le persone è facile in apparenza, ci bastano prove indiziarie per creare profili dettagliatissimi nella nostra mente. Ma inevitabilmente succede qualcosa, e tutto cambia.
Di chi la colpa? Non è importante, certo, alcuni sono più responsabili di altri, ma bisogna andare alla radice del problema.
Il problema.
Ci creiamo cassetti preimpostati nei quali inserire le persone che conosciamo poiché la vita urbana moderna, subbissandoci di miriadi d'informazioni al secondo, impone al cervello di catalogare sempre tutto, per non fare sforzi che ci manderebbero in tilt.
La (mia) soluzione.
Propongo di non avere così fretta. Non solo è cattiva consigliera, è una vera e propria sporca troia. Dunque con più calma, aggiungendo un tassello alla volta, forse si riuscirebbe a diminuire il distacco tra persona immaginata e persona reale, dato che è estremamente difficile riuscire a far combaciare le due cose per via di problemi di comunicazione. Per avere meno sorprese.
“Abbiamo usato, io e voi la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto.”
Una delle mie citazioni preferite,
Luigi Pirandello
Uno, nessuno e centomila.
Si parla di donne stanotte, mettete a letto i più piccoli di voi e seguitemi nel ragionamento.
Punto primo.
Qualsiasi, e ripeto, qualsiasi ragazza al mondo, sarebbe disposta a darla la prima sera ad un ragazzo che incontra.*
Punto secondo.
I ragazzi non possono che essere contenti di questa ipotetica situazione.
Punto terzo.
Il piccolo inghippo sta nel porre alla ragazza la questione del volerla scopare nella maniera giusta, nella sola maniera adatta a quella precisa ragazza, per riuscire a non farla sentire una troia, per far sì che lei nella sua mente non si senta usata, e non abbia perciò le preoccupazioni di quello che penserebbe l'opinione pubblica di quel suo determinato comportamento.
Questo è quanto.
Quindi gli uomini si lamentano che le ragazze non gliela danno, e che devono faticare un sacco (anche economicamente) per potersele portare a letto. e d'altra parte danno della troia a quelle che la danno troppo facilmente. Ora, io ho una mia idea di cosa sia la coerenza, ma non ve la andrò certo a dire. La coerenza va usata con parsimonia in un mondo pieno di bisognosi. Non posso certo sprecarla così.
Volete un mondo migliore, gente? Smettetela di pressare le donne, di costringerle a darvela per sfinimento, per volontariato o solo per passatempo. Iniziate un percorso fatto di eliminazione del tabù, per una società che non condanna l'amore a seconda di quando fa comodo, solo allora tutte le ragazze potranno darla più facilmente, senza remore alcuno, e senza preoccuparsi di quello che penserà la gente, anche se quest'ultima situazione si verifica troppo spesso solo nel cervello malato di quest'ultime.
Facciamo una cosa per noi stessi, per loro e per una società che si senta meno colpevole di vivere la propria naturalità. Conviene a tutti.
Questo vale nel caso la tizia non rimanga incinta e venga da voi a dirvi che siete il padre. Beh, allora siete autorizzati pubblicamente a dare della troia a quella puttana di turno, accusandola di essere una meretrice.
* ovviamente esso dev'essere nella media: niente voci nel cervello, niente psicofarmaci, ed eroina quanto basta a non far notare i lividi che si formano sulle braccia.
Dopo lungo girovagare, vi ho portato questi racconti qui:
Lettere ad una sorella.
Vanno letti
dal primo (Vapore) all'ultimo, andando giù, perché così le ho scritte. Ma in ogni caso sono lettere, leggetele un po' come volete. Sono ancora da finire, ne mancano di lettere...
Vi ho portato anche il capitolo primo di un nuovo libro che ho iniziato e che forse non terminerò mai. spargete la voce, arriva
Una generazione sott'aceto!
Ebbene scriverò qui regolarmente, promesso. Ma seguitemi nel cammino, che conviene a tutti!
Non eri poi così brava a cantare, non ci arrivavi proprio alle note alte. Quando eri in doccia entravo per sentirti, tanto lasciavi sempre la porta socchiusa. Non t'accorgevi che c'ero perché rimanevo immobile in silenzio. Mi confondevo nel tepore, a guardarti dalla tenda trasparente.
Cantavi di tutto, però quando dovevi fare le note alte partivi col falsetto, e io me la ridevo sotto i baffi.
Poi le faccine sullo specchio. A disegnare eri brava, ci facevi pure i particolari: orecchie, naso, e anche la linguaccia a volte. A seconda dell'umore. Sapevi che poi sarei andato a vederle.
Ogni tanto ti registravo sai, avevo pensato di fartele sentire, per riderne insieme.
Un giorno è partita una di quelle registrazioni e non so perché, sono corso a vedere se c'eri, sotto la doccia. Ho aperto l'acqua calda e son rimasto lì, aspettando che il vapore avvolgesse tutto. Sono andato davanti allo specchio, e ho fatto una faccina di quelle tue. Ma io non sono poi così bravo a disegnare.
Mamma quel giorno entrando in bagno pianse.