Capitolo 1: Tutto ha avuto inizio con un pranzo.
Ho aperto il frigo, erano circa le undici e trenta. La notte scorsa i sogni strani e il mal di denti mi hanno fatto dormire uno schifo. Quel cazzo di materasso poi è affossato e la schiena duole ogni maledetta mattina. Nel frattempo ho richiuso il frigo dimenticandomi cosa dovevo prendere. L'ho riaperto più convinto e nella foga della concentrazione ho tirato fuori un po' di cibarie. Nemmeno la forza di accendere la tv quest'oggi. Forse perché diranno le stesse stronzate che hanno detto ieri, l'altro ieri, settimana scorsa, nel duemilaotto… per arrivare agli anni '60: e sempre puttanate una dietro l'altra. E la gente lì a rincoglionirsi davanti a questi bastardi. Per forza che poi non ti ricordi nemmeno perché apri il frigo. Sono diventati gesti automatici ai quali non diamo nemmeno più valore. Ce li trasciniamo come dei macigni lungo l'esistenza ripetitiva che ci fa strisciare da vermi viscidi senza nemmeno più l'intenzione di evolversi.
Ma quale intenzione, non sappiamo nemmeno delle potenzialità di cui siamo capaci. Per forza, continuano a dirci in ogni direzione che siamo solo delle merde, che non possiamo alzare la testa, che dobbiamo solamente lavorare, lavorare e lavorare. Per forza che poi uno si punta una rivoltella in bocca e "Bang!", perché è sempre meglio di questo squallore.
Sono sempre stato così, mentre cerco di mettere del cibo nello stomaco mi vengono in mente tanti pensieri, come un flusso che non riesco a fermare e posso solamente lasciar scorrere tentando di non saltare per aria dalla pressione delle voci che si susseguono nella mia testa. Ho provato anche il valium, cazzo se l'ho provato. Ma è solamente un sollievo temporaneo per un male perenne, e così lascio che vadano liberi nell'etere, sperando che qualcuno possa un giorno raccoglierli, trasportati dal vento, i miei pensieri e sapere che da qualche parte, non si sa dove, non si sa quando né perché, c'è o c'è stato qualcuno che ha liberato tanti suoi pensieri verso l'ignoto di questo triste pianeta. E chi lo sa, magari in questa scoperta, qualcuno potrebbe non sentirsi più solo.
E' tempo di preparare il pranzo, sebbene la colazione l'ho saltata a piè pari. Uno si sveglia a mezzogiorno con la bocca ancora impastata, con gli occhi rossi e le ciglia che non vogliono ancora smettere di abbracciarsi e deve subito come un automa preparare il pranzo, senza nemmeno avere il tempo per dedicare qualche pensiero alla compianta colazione che è fuggita via assieme ai numeri sette, otto, nove, e dieci.
Non riesco nemmeno a rendermi ancora conto in quale letto mi sono svegliato, e quale casa sia questa qui: fare tre traslochi in due settimane è un abominio per il fisico ma soprattutto per questo cervello arrugginito che mi ritrovo dopo tanti anni di apnea mediatica.
Certe volte mi vien voglia di fare zapping tra le mie abitazioni provvisorie: sceglierei la mattina di passarla qui, in mezzo a questi prati verdi che nella loro naturalezza sognante con gli uccellini che cinguettano sono spezzati da un enorme pilone dell'Enel impiantato proprio in mezzo al parco davanti casa.
Il pomeriggio sceglierei di trascorrerlo in quella che forse sarà la futura casa comune al mare, un sogno per ogni anarchico-insurrezionalist
a che abbia la passione della sabbia e dell'acqua sporca. A prendere il sole, magari sopra ad un cassonetto dell'immondizia in fiamme, per ricordare i bei vecchi tempi.
E la sera, beh… fa ridere, ora che ci penso, passare la serata nel centro di questa città così provinciale, senza nemmeno uno spacciatore serio che ti venda qualche grammo di marijuana ma con tanti, troppi bar che ti propongono alcool a fiumi; sì, alcool, stuzzichini e belle cameriere in tenuta scura. Divertimento assicurato. Ma chi lo sa, forse perché la sorpresa di vedere un fiore in mezzo a questo letame sarebbe davvero tanta e ripagherebbe forse parzialmente il suono irritante e privo di senso che si riproduce come un cancro ogni sera nelle bocche dei tuoi amici: "E adesso dove si va?"
A proposito di letame, forse è meglio mangiare. Ho preso un pomodoro, è ancora mezzo verdognolo. L'ho appoggiato sul tavolo grande: sembra davvero minuscolo in quei cinque metri quadrati di vetro e legno laccato coperti da un orrendo copritavolo a fiori blu. Il piatto, il coltello e via… senza nemmeno accorgermene ho fatto a pezzetti quel poveretto che non mi aveva fatto nulla. Poi è toccato alla lattuga. Un filo d'olio: è sempre sul terzo cassetto in basso della cucina, che poi è anche l'ultimo quindi non ci si può sbagliare. Il sale mancava, l'ho messo in tempo da record, ormai ho capito che i due contenitori uguali di sale e zucchero hanno una particolarità che a prima vista e ai daltonici sfugge: i coperchi sono di colore diverso. Giallo per il sale e blu per lo zucchero. A meno che qualcuno non abbia scambiato i coperchi durante la notte, sono abbastanza sicuro del condimento.
Ma è ancora troppo scarno come piatto. Un piatto piatto, e poi ho sorriso per aver fatto il gioco di parole più coglione della storia. Ho riaperto il frigo, e son rimasto lì qualche secondo, confuso dall'acqua in bottiglia che proprio non mi interessava in quel momento. Dopo lo smarrimento iniziale sono tornato in me e ho preso un paio di vasetti. Olive comodamente denocciolate e peperoni tagliati a pezzetti e ripuliti dei fastidiosissimi semini bianchi che si incastrano tra i denti.
Ora sì che si ragiona: questo è davvero un pranzo come si deve. Non ricordo nemmeno di essermelo assaporato, l'ho finito in dieci secondi mentre i miei occhi erano fissi tra i colori che avevo davanti: verde, rossastro, ancora verde e qualche sprazzo di giallo. Tutto qui quello che ricordo del pranzo; quello e anche il sapore di aceto allungato con acqua che ha fatto scattare qualcosa in me, qualche genere di impulso primordiale rimasto sepolto sotto la folta chioma ribelle, sotto le sopracciglia, sotto i baffi, sotto la barba in apparenza curata, sotto i peli del petto, delle braccia, del cazzo, delle gambe, delle dita dei piedi… qualcosa che avevo provato ogni fottuto giorno della mia vita senza sapere mai cosa fosse in verità, come un'ombra che ti passa accanto nel buio ogni maledetta sera prima che ti addormenti e tu sei troppo fifone per andare ad accendere la luce e vedere cosa può essere perché sai che se sei da solo in una camera con la porta chiusa ci sei solo tu ed è da psicopatici con problemi alzarsi per accendere ogni volta la luce e poi scoprire che è stata solo la tua immaginazione, come sempre. Ma invece quell'ombra non era solo immaginazione, era un simbolo, un segnale, un avvertimento, una premonizione. Come quel sapore di aceto allungato con acqua che si faceva largo nelle mie papille gustative, raggiungendo le sinapsi e ogni maledetta terminazione nervosa del mio cervello.
E' stato solo un istante, verso mezzogiorno. Il piatto semi vuoto ci ha messo solo un secondo e mezzo per spaccarsi addosso al muro dopo averlo raggiunto con la scia d'un urlo attaccato alla coda. Il respiro affannato di chi aveva corso una vita intera senza fermarsi ad inseguire uno stronzo che gli aveva rubato il portafoglio da appena nato, il cuore che batteva più della mia vicina di pianerottolo quando il marito era via col camion, le gambe tremavano come dopo un orgasmo durato un'eternità con la ragazza di cui eri innamorato alle medie, e tutta la cazzo di pelle abbronzata al sole ancora incerto di metà maggio che scottava come un fottuto incendio doloso in una fabbrica di ferri da stiro.
Così mi son sentito io, in quell'attimo di una giornata insipida qualunque, con il sole ormai alto levato. E in quel momento era come se un cazzo di treno al di là delle montagne avesse fischiato, in quel momento ho imparato davvero ad apprezzare quel cazzo di fascistone di Pirandello e tutti i suoi libri, le sue novelle, il suo pizzetto e tante altre connotazioni fisiche che aveva il pelatone geniale che mi pareva in quel momento.
Ho visto i cocci del piatto sul pavimento, la macchia umida sul muro e la mia mano che mimava in aria di strangolare qualcuno. Possibile che in tutto questo tempo ci siamo rammolliti a tal punto da diventare gli schiavi di noi stessi, fino a dimenticare il respiro, dimenticare la vita, dimenticare di avere le gambe, di poter camminare, di poter correre, dimenticare di avere un corpo che ha il solletico quando lo sfiori e gli ematomi quando lo pesti; dimenticare di essere entità viventi sotto forma di energia che hanno esperienza di sé soggettivamente in questa forma, in questo spazio e tempo dell'universo; dimenticare di poter ridere, piangere, emozionarci per una cazzata e incazzarci per un'emozione, sentire le unghie che crescono, i capelli che crescono, i bambini che crescono, la pelle che suda da ogni poro; dimenticare di avere caldo, freddo, caldo, freddo, dimenticare di avere la doccia rotta, la gamba rotta, il dito rotto; dimenticare di esserci rotti il cazzo di tutto e tutti e dimenticare che possiamo vedere, sentire, parlare, toccare, annusare… dimenticare il sapore; il sapore.
Erano anni che io avevo dimenticato il sapore, sepolto sotto milioni di litri d'aceto, d'olio, montagne di sale, piantagioni di barbabietole da zucchero. L'avevo dimenticato e non mi mancava, non mi era mai mancato, non m'ero mai posto il problema di voler sapere da cosa sapevano veramente i cibi, perché in questa cultura in cui "senza niente" vuol dire una cosa negativa, in cui ad esempio esportiamo centinaia di migliaia di tonnellate di merce ogni anno, ed importiamo la stessa quantità della stessa identica merce, l'assurdità di tutto questo aveva fatto rifugiare tutti nella convinzione che dopo tutto fosse normale e giusto così. Ma il punto era un altro.
Stando lì fermo, quei secondi di non respiro, ho pensato che nessuno si poneva mai le domande più semplici. Quelle che fanno i mocciosi. Quella che fanno i mocciosi. La domanda delle domande, quella che ha mandato in tilt persino il cervellone computerizzato della straordinaria serie televisiva che risponde al nome de Il Prigioniero.
Perché?
Stando lì fermo ho pensato anche al collegamento e alla somiglianza sintattica tra le parole "sapere" e "sapore" e di come la prima venga usata per intendere la seconda. Ma le voci nella testa giravano talmente veloci, continuando a sovrapporsi con altre più nuove e dal rinvigorito vociare che ho visto buio per qualche secondo, e dopo più niente.