Non eri poi così brava a cantare, non ci arrivavi proprio alle note alte. Quando eri in doccia entravo per sentirti, tanto lasciavi sempre la porta socchiusa. Non t'accorgevi che c'ero perché rimanevo immobile in silenzio. Mi confondevo nel tepore, a guardarti dalla tenda trasparente.
Cantavi di tutto, però quando dovevi fare le note alte partivi col falsetto, e io me la ridevo sotto i baffi.
Poi le faccine sullo specchio. A disegnare eri brava, ci facevi pure i particolari: orecchie, naso, e anche la linguaccia a volte. A seconda dell'umore. Sapevi che poi sarei andato a vederle.
Ogni tanto ti registravo sai, avevo pensato di fartele sentire, per riderne insieme.
Un giorno è partita una di quelle registrazioni e non so perché, sono corso a vedere se c'eri, sotto la doccia. Ho aperto l'acqua calda e son rimasto lì, aspettando che il vapore avvolgesse tutto. Sono andato davanti allo specchio, e ho fatto una faccina di quelle tue. Ma io non sono poi così bravo a disegnare.
Mamma quel giorno entrando in bagno pianse.
Le scale scricchiolano. Quelle di legno intendo.
Le avevamo nella vecchia casa. Ci giocavi sempre, tentavi di comporre melodie saltellando da una all'altra. Ti venne poi l'idea di appenderci dei campanelli di grandezza diversa per sotto, così ti sembrava di camminare sui tasti di un pianoforte.
Non facevi altro che salire e scendere, salire e scendere. Me li ricordo i tuoi piedi, così pieni di vitalità.
La gente non bada molto ai propri piedi, non ricorda nemmeno di averli, così come sono nascosti bene da calzetti e scarpe alla moda.
Invece tu, avevi una fissazione. Ci disegnavi anche sopra, con la tempera, usando le dita come pennello. Ma solo le tue, che quando ci provavo io, avevi sempre il solletico.
E andavi in giro così, indossando gli arcobaleni.
Quando prendevo in braccio mia nipote mi guardavi con occhi lucenti. Chissà che futuro stavi proiettando su di me. Ti sta proprio bene addosso, dicevi. Ma un vestito lo puoi togliere quando inizia il caldo.
Quel giorno stavo pelando le patate, e due tue parole per un po' me le hanno fatte odiare.
Ma come, un bamcino noi, che bambini non abbiamo ancora smesso di esserlo. Ti guardavo, e tu vedevi la paura riflessa negli occhi miei. E come al solito ci hai messo poco a capire.
La frase che seguì non credo me la scorderò mai, così come il sorriso sereno col quale la dicesti, guardandomi fisso.
"Sarà bello e intelligente, con gli occhi dolci, un naso perfetto, le labbra morbide e dei bei capelli castani. Ma prenderà anche qualcosa da te".
Quel pomeriggio ripresi a pelare le patate.
"Fanno i buchi nella sabbia con una specie di cavatappi gigante attaccato ad un trattore, per mettere le basi degli ombrelloni. Penso che sarebbe fantastico se con una naturalezza disarmante questi tizi togliessero il tappo alla spiaggia, e poi qualcuno andasse ad assaggiare il vino. Uhm, ottima annata questa, retrogusto di sandalo. Si accompagna bene con piatti di pesce".
Ma quello era Fellini. Chi lo sa se è stato giusto che si rifugiasse nella sua fantasia. Forse ne è valsa la pena: ci dicono sempre che bisognerebbe tentare di realizzare tutti i nostri sogni. Beh, lui li ha presi in parola.
Hai fatto questo monologo, quel giorno lì, fissando il vuoto all'orizzonte dove cielo e mare si confondono, mentre quel trattore e le voci intorno continuavano ad avanzare come zanzare. Poi mi hai guardato, tutto ad un tratto, e il sorriso ti si è spanto sul viso come una farfalla.
Sono andato volentieri a fare il bagno con te dopo, sebbene il sale mi bruciasse un po' gli occhi facendomi lacrimare.
Così poi quando mi hai chiesto perché stessi piangendo, ti ho mentito solo per metà.
Non è stato difficile riuscire ad arrampicarmi sopra il tuo albero di pigne, la parte ostica è stata solamente riuscire a distinguerlo da tutti gli altri intorno.
Lo straccio colorato che quella volta, avevi appeso nel ramo più alto ha aiutato un sacco; anche se adesso il colore è sbiadito tutto, per via delle piogge.
Chi lo sa cosa pensavi da là sopra, se il mondo visto da qualche metro più in alto era un po' migliore. E chissà perché proprio questo albero qui, che non è nemmeno tanto bello.
Quello che ricordo quando tornavi da questi appuntamenti, era la resina che ti si era attaccata sulla pelle. La guardavi come una cosa favolosa.
"Annusa! C'è il profumo della natura tra le mie dita!" E io sapevo che dopo pochi secondi ci sarebbe stato anche tra i miei capelli.
Ho cambiato lo straccio sbiadito con uno nuovo, di tutti i colori, mi sembrava il caso dopo così tanto tempo.
E la sera non mi sono lavato le mani tornando a casa.
Ho ancora una ciocca di capelli tuoi, son quelli che ti avevo tagliato a tradimento per farmi a mia volta la bambola woo-doo. Mi hai dato del copione, ma non potevo rimanere inerme mentre tu punzecchiavi la mia con le matite ogni volta. E così l'ho fatta; niente di complicato: un pezzo di cartone ritagliato come le sagome attaccate alle porte dei bagni femminili.
Ti ho colorato la gonna di azzurro, il cuore di rosso, i piedi arcobaleno e un largo sorriso che attraversava tutto il pallino della faccia... ma mancava ancora qualcosa: quando hai sentito la forbice che ti portava via un pezzo, ti sei messa a ridere, dicendo che ora non saresti più stata in equilibrio perfetto e te ne sei tagliata una ciocca anche dall'altro lato.
Me l'hai data in mano guardandomi fisso, e hai detto, credo: "Ora sono anch'io nelle tue mani".
Una volta finita ti assomigliava proprio: colorata ed essenziale.
Quella bambola è bucherellata lungo tutta la superficie, solo il cuore non l'ho mai toccato.
Ho rivisto papà oggi, è invecchiato tanto. E' stato come aver guardato uno dietro l'altro "Per un pugno di dollari" e "Gran Torino". Gliel'ho anche detto. Ha sorriso.
Mi ha risposto che ho ancora il senso dell'umorismo.
Gli ho ribattuto che è l'unica cosa che mi sia rimasta. Poi è andato a parlare con mamma.
Io per sbaglio ho rotto la porta della cucina uscendo di casa: un pugno ci ha sbattuto sopra.
Ho tolto di dosso le ultime schegge la sera tardi, mentre leggevo il messaggio che mi aveva lasciato accanto ad una scatola di cerotti. C'era scritto solo: "Mi dispiace".
Ci è sempre piaciuto mangiare in mezzo ai prati. Ricordi che in primavera nelle giornate di sole grande andavamo di mattina presto nei campi di papaveri? Facevamo colazione lì in mezzo e io avevo sempre le brioches alla marmellata. Le lasciavi scaldare al sole mentre cercavi le lumache tra i rametti.
Sdraiata sul prato con il vestito a fiori ti appoggiavi una lumachina sulla pancia, aspettando.
Io arrivavo con il cibo, ma a volte faticavo a trovarti, poi. Quel giorno che ci misi tanto, desti un morso per sentire il gusto, dicendomi: "Un giorno andrò alla ricerca di questi piccoli gusci, ma si metterà a piovere. Tu verrai a cercarmi in mezzo ai fiori rossi però troverai solo un vestito coi petali che non appassiscono mai, mentre io mi sarò trasformata in una lumachina".
Poi corresti via nel sole, esclamando: "Lampone, il mio preferito!"
Mi è capitato di tornare in quel campo di recente. Ho visto una piccola lumaca che avanzava verso la punta d'un ramo.
Le ho sfiorato un'antenna col dito.
Non eri tu.
Quando ho portato a casa Linda perché la conoscessi, non ho proprio concepito la tua reazione improvvisa. Le scenate di gelosia non te le avevo mai viste fare fino ad allora: l'hai scaraventata per terra urlandomi di tutto!
Da quelle grida sono riuscito a estrapolare solo pezzi di frasi, e bene o male ne ho dedotto che dovevi essere solo tu ad avere tutte le mie attenzioni, e che non avresti accettato che qualcun'altra potesse mettersi tra noi. Volevi persino prenderla a calci, tanto sembravi incazzata.
Poi la sera eravamo già tutti lì a scherzarne insieme, mangiandoci le mele: lì finalmente mi hai spiegato il perché di tutto questo casino.
A te proprio non piaceva il fatto di tenere gatti in casa.
Da quando per me sei diventata solo un numero di casella postale, sono cambiate molte cose, a cominciare dagli scherzi. Non posso più fartene, e non devo difendermene più. Non è più così emozionante svegliarsi senza il timore che qualcuno ti abbia messo un'ape nei calzini, oppure un bicchiere di olio, farina e scarafaggi in equilibrio precario sulla porta socchiusa.
Ci alzavamo presto la domenica, era il giorno stabilito.
Attak sulla maniglia della porta, io.
Uova crude dentro al cuscino, tu.
Grappa al posto dell'acqua, io.
Crema per le mani al posto del dentifricio, tu.
Ragno gigante dentro la tua (ex) tazza preferita, io.
Succo d'ortica invece del sapone liquido, tu.
Puntine da disegno sotto il tappetino del bagno, io.
Latte scaduto nel cartone, tu.
Acido muriatico al posto della candeggina per bucato, io.
Cera per pavimenti sulle scale di sopra, tu.
Oggi è domenica. La mamma si è svegliata gridando: qualche idiota deve averle messo un formicaio sotto le lenzuola.
Ma non è divertente.