Dall'egocentrismo, all'etnocentrismo, al razzismo.
A cura di Mateo Çili
Lessi il racconto breve “Sentinella” di F. Brown per la prima volta in terza media. Lo ricordo con piacere poiché dopo averlo finito rimasi a pensare alla bravura dello scrittore che era riuscito a farmi cadere in trappola, ribaltando l'intero senso della storia con l'ultima frase. Ero ancora piccolo per capire cosa veramente era successo, quali erano stati i meccanismi a far funzionare a dovere quel breve racconto. Ora invece vorrei indagare più a fondo.
Dopo i primissimi anni che seguono la nostra nascita, impariamo a pronunciare le prime parole, le quali sono spesso “mamma” oppure “papà”; ma c'è un'altra parola che da lì in avanti ci accompagnerà fedele nella crescita individuale. Si tratta del termine “io”.
Dai tre ai sei anni, un bambino utilizza insistentemente questo pronome personale per interagire con il mondo che lo circonda, poiché questo fa parte del linguaggio egocentrico, tipico di quest'età infantile.
Questo secondo Jean Piaget, noto psicologo svizzero. Egli sosteneva altresì che tutti i bambini piccoli fossero egocentrici, per via dell'incapacità di distinguere tra il proprio punto di vista e quello altrui. In psicologia, l'egocentrismo è, in soldoni, la caratteristica di quegli individui che ritengono le proprie opinioni o i propri interessi più importanti di quelli altrui.
Secondo la teoria di Piaget infatti, il bambino inizia a superare la fase egocentrica con l'inizio dello svolgimento delle operazioni concrete, dai 7 agli 11 anni. Da questo momento in poi, esso teoricamente sarà in grado di porsi dal punto di vista altrui.
C'è tuttavia il rischio di un egocentrismo "psicologico" latente, derivante da una mancata presa di coscienza che potrebbe condurre gli individui a chiudersi in un proprio sistema mentale con scarsa propensione ad accettare categorie estranee, a meno che queste non vengano ricondotte alle proprie.
L'egocentrismo dunque trova interpretazione nella sfera psicologica in rapporto all'Io individuale.
Il passo in più si ha quando ci si accorge di un paragone semplice e diretto con l'etnocentrismo, il quale si esprime sul piano culturale in rapporto ad un Io collettivo.
Dato che sia nell'egocentrismo che nell'etnocentrismo la tendenza dell'Io (collettivo o individuale che sia) è quella di non decentrarsi, si ha una confusione incosciente del proprio punto di vista con quello degli altri.
L'etnocentrismo, considerandolo come Io collettivo, nella sua accezione più moderna e comune, è la tendenza a giudicare le altre culture ed interpretarle in base ai criteri della propria, proiettando su di esse il nostro concetto di evoluzione, di progresso, di sviluppo e di benessere, basandosi su una visione critica unilaterale.
Il termine è stato introdotto nel primo decennio del ventesimo secolo dal sociologo e antropologo statunitense William G. Sumner e designa una concezione, come già scritto sopra, per la quale il proprio gruppo è considerato il centro di ogni riferimento, mentre gli altri raggruppamenti sono classificati e valutati solo in rapporto ad esso.
Tale approccio si fonda principalmente sul confronto tra società moderne e società tradizionali; il confronto porrà sempre queste ultime in inferiorità rispetto alle prime, ma l'errore di fondo sta nell'utilizzo di parametri tipici del sistema socio-economico capitalista occidentale, nel quale ci troviamo.
Con la scoperta dell'America prima e dell'Africa poi, si moltiplicarono gli atteggiamenti di etnocentrismo da parte degli esploratori (meglio dire conquistatori) portoghesi e spagnoli ai danni delle popolazioni locali. Molti intellettuali dell'epoca si occuparono della faccenda, assumendo posizioni contrastanti tra loro.
Bartolomeo de Las Casas ad esempio, un frate che visse a lungo nel Nuovo continente, prese pubblicamente le difese delle popolazioni amerinde delle quali rivendicava la qualità umana e lodava il carattere "senza malvagità e senza doppiezze". Lui asseriva che non vi sono popolazioni nel mondo, per quanto rozze e selvagge, che non possano essere condotte alla (sua idea di) civiltà.
Di tutt'altra opinione era l'umanista Juan Ginés de Sepúlveda il quale era assolutamente convinto che gli schiavi fossero tali "per natura", poiché privi di umanità alcuna.
Il filosofo Michel de Montaigne invece avendo avuto come aiutante un uomo che aveva vissuto per più di 10 anni nel Nuovo continente, poteva affermare che in quelle popolazioni non vi era nulla di selvaggio e di barbaro. Con questo arrivò a dire:
“Ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi. Sembra che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l'esempio e le idee delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo. Esso è sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l'uso perfetto e compiuto di ogni cosa”.
Nell'etnocentrismo dunque è implicita una sopravvalutazione della società cui si appartiene; ma proprio a seguito di questa eccessiva fiducia nei modelli evolutivi di riferimento, sminuendo la validità di quelli altrui, sono state compiute nella storia azioni di intolleranza eticamente inaccettabili.
L'etnocentrismo può nelle peggiori delle conseguenze assumere comportamenti patologici. Ciò si verifica quando vi è un eccessivo rifiuto verso gli altri fino a sfociare in una vera e propria intolleranza o in forme mentali complesse dirette o indirette in genere dannose per chi non faccia parte del “Noi”. Quando l'etnocentrismo si traduce nella sua forma mentale, sociale e culturale più esasperata, diviene razzismo, tendenzialmente orientato non solo al rifiuto ma alla distruzione dell'altro.
Va inoltre ricordato che l'etnocentrismo è un fenomeno intrinseco di ogni comunità umana e di qualunque cultura e per tanto quando è socialmente controllato dallo Stato, non può che contribuire alla coesione sociale del gruppo e ne assicura il mantenimento della sua identità sociale, preziosa in quest'epoca di globalizzazione massiccia e selvaggia.
Quando invece uno Stato totalitario sfrutta la leva dell'etnocentrismo per fare propaganda e plasmare le menti, non possono che verificarsi fenomeni di stampo razzista: nella storia è accaduto con il nazismo in Germania tra il 1933 e il 1945, periodo in cui l'attitudine etnocentrica è riuscita a tradursi patologicamente dando luogo ad un tragico episodio di pulizia etnica.
Più recentemente il falso attentato alle Torri gemelle di New York, attribuito all'integralismo islamico ha portato ad una divisione ancor più marcata tra l'occidente e il mondo arabo, ingannando l'opinione pubblica per distoglierla dai problemi reali.
Il problema del razzismo oggi sfocia in episodi spesso drammatici di conflitto sociale quando invece il confronto e la dialettica tra i popoli devono porsi come momenti per una comune crescita nella solidarietà e nella democrazia.
Forze del governo italiano premono per una divisione interna del popolo, creando allarme sociale ingiustificato, fomentato spesso dai media, portando ad una chiusura verso l'esterno con conseguenze catastrofiche nel lungo periodo.
Solamente la cultura può risollevare le sorti di un paese dove la divisione tra “noi” e “loro” è sempre più marcata. Quegli stessi media che oggi funzionano come strumento di propaganda fascista, un giorno non troppo lontano torneranno a diventare proprietà popolare, seminando cultura con pellicole preziose come ad esempio “Lamerica”, di Gianni Amelio: film che più di ogni altro spiega la concezione del “diverso”, ribaltando i ruoli in causa. Uno stratagemma quantomai necessario per “mettersi nei panni di”, ed iniziare a vedere il mondo con altri occhi, e non solamente con il proprio metro di giudizio, come sarebbe insito in ciascuna cultura. Quando gli stranieri diventiamo noi, riusciamo a comprendere molto meglio i meccanismi comportamentali della società in cui ci troviamo, guardandoli dall'esterno: viene a crearsi empatia con il diverso, e l'egocentrismo conseguentemente si allenta, trascinando con sé tutti gli altri fenomeni qui descritti, ponendo le basi per una società aperta, consapevole e acculturata.